Stai insegnando all’AI a sostituirti. E probabilmente non lo sai.
Il 15 febbraio 2026, Andrea Pignataro — fondatore di ION Group e oggi l’uomo più ricco d’Italia — ha pubblicato un saggio che vale la pena leggere con attenzione.
Si intitola The Wrong Apocalypse, e parte da un dato concreto: tra il 28 gennaio e il 13 febbraio, il settore enterprise software ha bruciato oltre 2.000 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato. La causa scatenante sono stati i nuovi strumenti di Anthropic — Claude Cowork e Claude Code — capaci di automatizzare una parte significativa del lavoro cognitivo su cui si reggono miliardi di dollari di ricavi ricorrenti.
La reazione del mercato è stata immediata e brutale: se l’AI fa quello che fa il software, perché pagare per il software?
Pignataro sostiene che il mercato stia guardando nella direzione sbagliata. Non perché il rischio non esiste, ma perché ha identificato il problema sbagliato.
Il vero paradosso non è la sostituzione. È la formazione involontaria.
L’argomento di Pignataro che trovo più interessante — e più scomodo — non riguarda i mercati finanziari. Riguarda quello che sta succedendo ogni volta che un’azienda usa uno strumento AI per lavorare.
Ogni interazione insegna alla piattaforma qualcosa. Non i dati riservati, che restano protetti. Qualcosa di più sottile e per certi versi più prezioso: la grammatica del lavoro. Come si struttura un’analisi, cosa si aspetta un cliente, come funziona davvero un processo decisionale, dove si nascondono le eccezioni. Nel tempo, questo schema costruisce una mappa del settore più ampia di quella che ogni singola azienda possiede internamente.
Il paradosso, come lo chiama Pignataro, è questo: ogni azienda adotta l’AI per restare competitiva. Facendo così, contribuisce a formare il sistema che potrebbe renderla meno necessaria. La scelta individuale è razionale. Il risultato collettivo è autodistruttivo.
È una dinamica reale, e vale la pena prenderla sul serio.
Ma c’è un problema ancora più a monte. Almeno in Italia.
Il ragionamento di Pignataro parte da aziende che hanno processi chiari, sistemi strutturati, una grammatica aziendale riconoscibile — anche se inconsapevole. Aziende che, insomma, sanno già come funzionano e usano l’AI per farlo meglio o più velocemente.
Nella realtà che incontriamo ogni giorno lavorando con le PMI italiane, il punto di partenza è spesso diverso.
Negli ultimi mesi una parola è diventata protagonista di quasi ogni conversazione con imprenditori e manager: agente. L’agente AI. Quello che automatizza, decide, agisce in autonomia, gestisce flussi, risponde ai clienti, coordina i processi. Una tecnologia reale, potente, in rapida evoluzione.
Il problema è che molti vogliono l’agente senza aver mai fatto la domanda precedente: come funzionano davvero i miei processi oggi?
Un agente AI non è uno strumento che sistema il disordine. È uno strumento che agisce dentro una struttura. Se quella struttura è confusa, l’agente non la corregge — la esegue, in autonomia, su scala, alla velocità di un sistema automatizzato. Il risultato non è efficienza. È caos organizzato.
Se domani implementassi un agente AI nella tua azienda, saprebbe dove inizia un processo e dove finisce? Saprebbe chi ha l’ultima parola? Saprebbe distinguere un’eccezione da una regola?
Prima la grammatica. Poi la tecnologia.
Il punto che Pignataro non sviluppa — perché non è il suo focus, ma lo è per Strategica — è che prima di preoccuparsi di cosa l’AI imparerà dalla tua azienda, molte imprese devono ancora capire cosa c’è da imparare.
Quali processi funzionano davvero. Quali dati sono affidabili. Dove si perde valore. Chi decide cosa e con quale informazione. Quali strumenti vengono usati perché utili e quali perché “ci sono sempre stati”.
Questo lavoro non è glamour. Non genera slide con grafici sull’AI del futuro. Ma è il lavoro che rende sostenibile qualsiasi integrazione tecnologica successiva — inclusa quella con l’AI.
L’AI accelera. Ma accelera quello che trova. Se trova ordine, lo amplifica. Se trova confusione, la moltiplica.
[ La domanda giusta da porsi adesso ]
Pignataro chiude il suo saggio con una domanda che vale per tutti: cosa succede alle aziende, ai professionisti e alle comunità costruite intorno al lavoro cognitivo, quando quel lavoro viene progressivamente assorbito dalle macchine?
È una domanda importante, e nel tempo avrà risposte che oggi non possiamo ancora vedere.
Ma per un imprenditore che guarda la sua azienda oggi, la domanda più urgente è un’altra: so come funziona davvero quello che ho costruito? Ho la chiarezza necessaria per decidere cosa automatizzare, cosa ridisegnare e cosa lasciare esattamente com’è?
Molte aziende oggi stanno correndo verso l'arrivo senza aver mai tracciato il percorso. Perché l'AI non è un punto di partenza. È un punto di arrivo. E il percorso parte sempre dalla stessa cosa: capire prima di agire.